Il blog intreccia il simbolismo biblico, la teologia apofatica e la dottrina del risveglio spirituale. Ogni articolo esplora il testo sacro con un approccio meditativo e illustrativo, unendo approfondimenti storici, mistici e filosofici. Invita il lettore a vivere l'Apocalisse non come un testo di fine dei tempi, ma come una rivelazione personale e collettiva, un viaggio verso l'unità e la trascendenza.

mercoledì 28 gennaio 2026

Bere senza incontrare l’orco


 

Bere senza incontrare l’orco

 

Nota visiva su Apocalisse 22 e Naḷapāna

 

 

Il video mostra un fiume che scorre lentamente tra rovine.

Non è un fiume impetuoso, né trionfale. È calmo, continuo, indifferente a ciò che lo circonda.

Sulla riva sinistra, ciò che resta di un trono: spezzato, eroso, già dimenticato.

Sulla destra, una massa di pietra ambigua, quasi una presenza: non minacciosa, non vinta. Semplicemente lì.

Il potere non viene affrontato.

Non viene rovesciato.

Non viene giudicato.

Viene attraversato dal fluire.

 

Analisi simbolica

Il fiume richiama esplicitamente Apocalisse 22:

“Un fiume d’acqua viva, limpido come cristallo…”

Ma qui il trono non è più al centro della visione. Non irradia ordine, non governa il flusso. È una rovina laterale, un relitto del linguaggio del dominio.

Specularmente, il video richiama il Naḷapāna-Jātaka:

l’orco che possiede l’acqua non è sconfitto.

L’acqua non viene liberata con la forza.

Il potere resta — ma diventa superfluo.

Il gesto non è apocalittico nel senso della catastrofe.

È apocalittico nel senso del disvelamento:

il mondo continua quando il potere smette di essere necessario.

 

Commento teologico e politico

Questa immagine non promette redenzione.

Non annuncia un nuovo regno.

Non invita a salire.

 

Invita a bere.

Bere senza possedere.

Bere senza affrontare l’orco.

Bere senza fondare un ordine alternativo.

È una visione profondamente apofatica: Dio non è nel trono distrutto, né nella figura oscura, né nel gesto eroico. Se il nome è ancora possibile, Dio è nel fluire che non trattiene.

 

In termini cioraniani, non è una speranza.

È una uscita.

 

Frase-soglia

L’acqua scorre quando il potere si dissolve.

Non perché il potere sia stato vinto,

ma perché non è più al centro dello sguardo.

 

Apocalisse 21–22: quando il potere non serve più

La visione finale dell’Apocalisse non mostra un mondo governato meglio.
Mostra un mondo che non ha più bisogno di essere governato.

In Apocalisse 21 il linguaggio del potere si dissolve uno dopo l’altro:
non c’è più tempio,
non c’è più mare come caos da dominare,
non c’è più notte da controllare,
non c’è più pianto come strumento di obbedienza.

La “città” che discende non è una capitale politica.
È una figura del disarmo del sacro.

Dio non prende possesso del mondo:

“Ecco, la dimora di Dio è con gli uomini.”

Non sopra.
Non contro.
Con.

In Apocalisse 22 il simbolo decisivo non è il trono, ma il fiume.
Il testo lo dice chiaramente: il trono è lì, ma non governa.
Dal centro non emana comando, ma acqua.

Il potere, anche quando resta nominato, ha cessato di funzionare come potere.

Qui la visione apocalittica incontra il Naḷapāna-Jātaka:
l’acqua non viene liberata con una battaglia,
l’orco non viene distrutto,
il mondo non viene rifondato.

Semplicemente, si impara a bere senza incontrare chi pretende di possedere la sorgente.

Le foglie dell’albero della vita “guariscono le nazioni” non perché instaurano un nuovo ordine, ma perché rendono impossibile la vecchia violenza. Non convincono, non redimono, non educano: disarmano.

Così l’Apocalisse non è la promessa di un regno futuro, ma la rivelazione di una verità intollerabile per ogni potere:
la vita scorre anche senza di esso.

Il video del fiume tra le rovine non rappresenta una fine trionfale, ma la fine della necessità del dominio. Il trono è già rovina. L’orco è già irrilevante. L’acqua continua.

Questa è la chiusura del ciclo apocalittico:
non la vittoria dei giusti,
non la punizione dei colpevoli,
ma l’uscita silenziosa dal gioco.

E il tempo, finalmente, smette di comandare.

 

 

Dalla Donna al Fiume

 

Ap 12 ↔ Ap 22: un’Apocalisse che resta aperta

 

L’Apocalisse non comincia con la pace.

Comincia con un parto sotto minaccia.

 

In Apocalisse 12 https://drive.google.com/file/d/1mKyDX3pEQzQDmdI3qWhUWB6ACBhXriYg/view?usp=sharing

 una Donna genera nel dolore, mentre un Drago attende di divorare. Il cielo stesso è attraversato dalla guerra. Il tempo è urgenza, la storia è conflitto, la salvezza è fuga.

Il Figlio viene sottratto, la Donna si rifugia nel deserto, il Drago cade ma non scompare.

L’Apocalisse nasce qui: non come fine del mondo, ma come rivelazione della sua struttura violenta. Il potere non è ancora sconfitto, solo spostato. La storia continua.

 

Alla fine, in Apocalisse 22 https://drive.google.com/file/d/16Jdbj3DyLSpL6wzTvdkbWGZiFxif0-Xl/view?usp=sharing , la scena è irriconoscibile.

Non c’è più battaglia.

Non c’è più fuga.

Non c’è più urgenza.

 

Al centro non c’è una vittoria, ma un fiume.

 

L’acqua della vita scorre limpida. Il testo nomina ancora un trono, ma non governa più: non emana decreti, non organizza il tempo. Da quel centro non fluisce comando, ma acqua. Il potere resta come parola svuotata, non come forza attiva.

Tra Apocalisse 12 e Apocalisse 22 non avviene un trionfo militare, ma una trasformazione dello sguardo. Il male non viene eliminato come oggetto esterno; semplicemente smette di essere il principio che organizza il reale.

Qui l’Apocalisse incontra la via apofatica e la sapienza dei Jātaka. Come nel Naḷapāna, l’acqua non viene liberata distruggendo chi la possiede. L’orco non viene sconfitto. Il Drago non viene inseguito oltre l’ultima pagina.

Diventano irrilevanti.

Le foglie dell’albero della vita guariscono le nazioni non perché instaurano un nuovo ordine, ma perché disarmano la logica della violenza. Non convertono, non redimono, non educano. Rendono impossibile il dominio.

Per questo l’Apocalisse non si chiude.

Non promette un regno finale.

Non mette il sigillo sul tempo.

Resta aperta come un fiume che continua a scorrere.

Chi legge non è chiamato a vincere, né a schierarsi, né a sacrificarsi.

È chiamato a uscire:

dalla guerra come forma del senso,

dall’eroismo come destino spirituale,

dalla speranza che giustifica il potere.

 

Tra la Donna e il Fiume non c’è una soluzione.

C’è un passaggio.

 

Ogni volta che qualcuno sceglie il fluire invece del trono,

ogni volta che si beve senza incontrare l’orco,

l’Apocalisse ricomincia.

 

E resta, ostinatamente, aperta.


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