Stazione VI. Il Corpo che Smaschera: Il Vomito della Verità
Dal Kukkura-Jātaka: quando la giustizia è automatismo violento e la verità si impone dalla materia del corpo.
Nel cuore della sala del trono, il re Brahmadatta distoglie lo sguardo. Il suo editto, nato dalla fretta e dall'ira, ha scatenato un massacro: tutti i cani della città vanno uccisi per un danno alla carrozza reale. È la giustizia come inerzia violenta, l'automatismo del potere che, come scriveva Cioran, è il vero male, non l'errore.
Al centro della scena, due corpi parlano al posto della legge. Il primo è quello del cane randagio, il Bodhisatta: un corpo magro e calmo che, con la sola forza della ragione e del coraggio, sfida il trono e interrompe il meccanismo della condanna. Il secondo è quello dei cani di palazzo, i privilegiati: i loro corpi, forzati, vomitano sul marmo lucido brandelli di cuoio e cinghie. È la verità che emerge, fisica, incontrovertibile, disgustosa.
Questa è la Stazione VI: La Smascheratura del Potere Giudiziario. Il racconto del Kukkura-Jātaka non è una favola sugli animali, ma un trattato di filosofia politica. Ci mostra che la "giustizia" istituzionale, quando non è vigilata, degenera in pura convenienza amministrativa, nella ricerca di un capro espiatorio veloce. La verità non convince questo tipo di potere: lo mette a nudo, lo imbarazza, lo costringe a guardare il suo stesso vomito.
La soglia che ci lascia questa stazione è radicale: "Non chiedere giustizia al trono". Perché il trono spesso non la dispensa. La giustizia, come la verità, va cercata altrove: nell'osservazione, nel coraggio di chi parla dal basso, nell'evidenza che irrompe dal corpo del mondo. Il potere trema solo quando il corpo parla. E a volte, per farlo parlare, serve costringerlo a vomitare.

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