Il blog intreccia il simbolismo biblico, la teologia apofatica e la dottrina del risveglio spirituale. Ogni articolo esplora il testo sacro con un approccio meditativo e illustrativo, unendo approfondimenti storici, mistici e filosofici. Invita il lettore a vivere l'Apocalisse non come un testo di fine dei tempi, ma come una rivelazione personale e collettiva, un viaggio verso l'unità e la trascendenza.

lunedì 9 febbraio 2026

24 ĀJAÑÑA-JĀTAKA

 


 Ājañña-Jātaka: La Compassione del Purosangue

 L'ultimo atto della Stazione VII. Quando l'eroe capisce che la vera nobiltà non è morire per un regno, ma rifiutare il gioco del sacrificio.

 


L'immagine video è un pugno allo stomaco. Un capolavoro di tragica bellezza. Al centro, il purosangue ferito, il Bodhisatta, si solleva per l'ultima carica. La luce del crepuscolo, sanguigna e dorata, lo avvolge come un sudario glorioso. Il suo sguardo, però, non è rivolto alla battaglia. È rivolto al ronzino già sellato che sta per sostituirlo.

Questa è la scena finale della Stazione VII: Il Rifiuto dell'Eroe, incarnata nell’ Ājañña-Jātaka (24). Non la storia di un solo eroe, ma di due. Due destrieri fratelli, due purosangue. L'anziano, ferito a morte dopo aver spezzato sei campi nemici. Vede il meccanismo del potere in tutta la sua cinica evidenza: mentre lui sanguina, un cavallo ordinario è già pronto a prendere il suo posto.

La sua scelta di rialzarsi, di farsi riaggiogare, non è solo un ultimo scatto di orgoglio. È un atto di compassione disillusa. Sa che quel ronzino, se andasse al suo posto, morirebbe inutilmente, vanificando ogni vittoria. Sa che il potere (il re, il regno) tratta ogni vita come forza motrice: quella nobile si consuma fino all'annichilimento, quella utile si conserva per la prossima necessità.

Cioran avrebbe sorriso amaramente: "La grandezza è una forma elegante di suicidio". Il purosangue sceglie l'eleganza del suo destino contro l'insipidezza di una sopravvivenza da reietto. Ma il risvegliato, guardando questa scena, vede la trappola in entrambe le opzioni.

La critica del potere qui raggiunge il suo apice. Il potere non è un mostro che opprime, ma una macchina che gestisce corpi con perfetta economia. Ad alcuni (i puri, gli eroi) riserva la morte gloriosa (tanatopolitica). Ad altri (gli utili, i ronzini) garantisce la sopravvivenza funzionale (biopolitica). In entrambi i casi, la libertà è un'illusione.

La teologia negativa ci indica l'unica via di fuga: la sottrazione. Per liberarsi, bisogna rifiutare gli attributi che il potere ci assegna: sia la "nobiltà sacrificale" del purosangue, che l'"utilità ignorante" del ronzino.

Il video di 5 secondi che accompagna questo post cattura l'essenza di quel momento: lo sguardo del purosangue sul ronzino, il cielo in fiamme, la decisione irrevocabile. Non è un inno all'eroismo. È il testamento visivo di un sistema che chiede sempre un sacrificio, e la compassione di chi, morendo, lo comprende.

La Stazione VII non ci insegna a essere eroi. Ci insegna a scendere dal carro. A rifiutare il giogo, a sottrarci al binario mortale che ci vorrebbe o martiri gloriosi o strumenti utili. La vera grandezza, l'ultimo risveglio, è nello scomparire dalla scena prima che il dramma del potere possa consumarci.

 

 

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