Una rete eterea di fili quasi invisibili fluttua nel vuoto
nero.
Non ha centro né confini. È elegante, normale, e per questo pericolosa.
La rete invisibile, il discernimento e il contro-cammino al potere
I Jātaka 15 e 16 raccontano due cervi e una stessa rete.
Il primo rifiuta di apprendere le astuzie del mondo: viene catturato.
Il secondo le ha imparate: anche quando cade nel laccio, riesce a liberarsi.
Non è una storia di furbizia, ma di discernimento.
La Stazione II della Via del Tempo Redento non promette
salvezza.
Non insegna a spezzare la rete, né a combattere il cacciatore.
Insegna qualcosa di più sobrio e più difficile: riconoscere la trappola
prima che diventi destino.
L’immagine video che accompagna questa stazione mostra una rete
sospesa nel vuoto.
Fili sottilissimi, quasi invisibili, non ancorati a nulla.
Nessun centro, nessun nodo dominante.
In alcuni punti la trama si infittisce, creando l’illusione di una forma.
La rete non appare violenta.
È elegante. Normale.
Ed è proprio per questo che cattura.
Non c’è alcun animale nell’immagine.
Lo spettatore è già dentro.
Il contro-cammino qui non è l’eroismo, ma la pratica
silenziosa del non-cadere:
discernimento, ascesi, rallentamento, silenzio.
La lucidità non salva.
Trattiene.

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