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domenica 8 febbraio 2026

Jātaka 23 Il Destriero Insanguinato: Il Bhojājānīya-Jātaka

 


 Il Destriero Insanguinato e il Rifiuto dell’Eroe  

Perché la vera liberazione non è vincere, ma scendere da cavallo prima dell’applauso. Un’antica parabola buddhista ci svela il meccanismo tragico del potere.

 

 


 

C’è un momento, in ogni storia di gloria, in cui lo strumento del trionfo viene consumato. La Stazione VII, Il Rifiuto dell’Eroe, ci presenta questo momento nella sua forma più pura e tragica: quella del Bhojājānīya-Jātaka, la storia del destriero insanguinato.

Immagine un cavallo perfetto, un Sindh, gioiello del re. Nutrito d’oro, venerato, avvolto in sete. Sette re assediano la città. Lui, solo lui, può spezzare gli assedi. Con il suo cavaliere, cattura sei re, ma una lancia lo trafigge. Ferito, viene portato alle porte. E vede che stanno già sellando un ronzino per sostituirlo.

Qui, la fierezza diventa tragedia. Il destriero chiede di essere rialzato, riarmato. Compie un’ultima, sovrumana carica, cattura il settimo re e muore nell’istante stesso della vittoria totale. Il regno è salvo. L’eroe è morto. Il potere ha celebrato il suo sacrificio perfetto.

Perché questa storia è l’ultima stazione di un percorso di risveglio? Perché ci mostra la natura sacrificale dell’eroismo. Il potere (il regno, la causa, l’ideale) si nutre di corpi che accettano di consumarsi per esso. Il cavallo è l’eroe puro: la sua dedizione è assoluta, il suo valore inestimabile. Eppure, proprio questa perfezione lo rende lo strumento ideale per una macchina che, una volta consumatolo, lo sostituirà senza esitazione (il ronzino è già lì, sellato).

La voce di Emil Cioran risuona potente: “La grandezza è spesso una forma elegante di suicidio”. Il destriero compie esattamente questo: un suicidio elegantissimo, rituale, glorioso. La sua morte non è un incidente, è il compimento logico dell’identità eroica. Il potere non ha bisogno di eroi vivi, ma di miti morti, perché i miti incoraggiano nuovi sacrifici.

 In dialogo con una certa teologia negativa, questo Jātaka insegna un’ascesi per sottrazione. Se ogni attributo positivo (forza, coraggio, fedeltà) può essere catturato e usato dal potere, la via della liberazione non può che essere il rifiuto di quegli stessi attributi. Scendere da cavallo. Scomparire prima che l’applauso trasformi la tua vita in un monumento al servizio di un altro.

L’immagine video che accompagna questo post cattura l’attimo di quella decisione fatale: il destriero ferito che, mentre il crepuscolo tinge tutto di rosso e oro, si lascia rivestire dell’armatura per l’ultima volta. Il suo sguardo è oltre la battaglia, oltre la vittoria. È uno sguardo che, forse, già intravede la libertà che sta aldilà del dovere eroico.

La Stazione VII non ci invita a essere vili. Ci invita a essere liberi. Ci chiede di riconoscere la trappola della gloria e di avere il coraggio di un atto ancora più radicale: servire nessun regno, se non quello di una coscienza finalmente risvegliata.

 

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