Bere Senza Incontrare l’Orco: La Via della Sottrazione nei Jātaka
Il Potere dell’Inutile: Bere l’Acqua Senza Sfidare l’Orco
Un commento ai Jātaka 13-24 come percorso apofatico di risveglio, critica radicale del potere e diserzione dall'eroismo, la via del risveglio come diserzione silenziosa dalla macchina del potere e dell’eroismo.
Il cammino tracciato dai Jātaka 13–24 non è una via di ascesa, purificazione o salvezza. È, nella sua essenza più radicale, una via di diserzione. Una diserzione progressiva e irrevocabile dalla seduzione, dalla promessa, dalla tecnica, dal sacrificio, dalla giustizia spettacolare e, in definitiva, dalla logica stessa della vittoria. Il risvegliato che emerge da questa sequenza non vince, non governa, non redime. Compie un gesto infinitamente più sottile e destabilizzante: beve l’acqua senza incontrare l’orco.
Il Jātaka assiale, il Naḷapāna (20), rivela il cuore apofatico di questo percorso. Le scimmie assetate non affrontano, non ingannano, non convertono l’orco che possiede l’acqua, archetipo del potere che controlla la vita stessa. Il loro capo svuota i nodi delle canne. L’acqua resta dove è. Il potere resta dove è. Ma viene reso inutile, perché non è più incontrato. Questo gesto minimo di sottrazione contiene l’intera via: non si tratta di negare il mondo, ma di negargli il diritto di possederti. In una lettura teologica negativa, Dio – se il nome è ancora possibile – non è l’acqua, né l’orco, né la vittoria. È lo svuotamento dei nodi, il principio del non-possesso.
Letti attraverso questa lente, gli altri Jātaka del ciclo si dispongono come movimenti concentrici della stessa disillusione: la seduzione (13, 14, 21) smaschera il potere che inizia col dono; l’apprendimento (15, 16) dimostra come la conoscenza serva a evitare la cattura, non a conquistare; la disputa (17) rivela la vacuità della ragione divenuta fine a sé stessa; il sacrificio (18, 19) espone la religione come economia della colpa; la giustizia (22) mette a nudo la violenza automatica dell’ordine; l’eroismo (23, 24) svela il volto più raffinato del dominio: la gloria. Il cammino non culmina in una sintesi positiva, ma in un rifiuto progressivo di partecipare al gioco.
Questa diserzione trova una risonanza apocalittica – nel senso di rivelazione e non di catastrofe – nel capitolo 22 dell’Apocalisse. La visione finale non è di un trono conquistato o rovesciato, ma di un fiume che scorre. L’acqua della vita non è conquistata, è data senza prezzo, dal centro che non domina. Come in Naḷapāna, l’acqua non viene “liberata”; non c’è vittoria sull’orco, né giudizio finale. C’è, in entrambi i casi, un evento che rende il potere superfluo: là, canne svuotate; qui, un fiume senza argini di possesso. In Apocalisse 22 non si sale al trono: il trono stesso si dissolve nel fluire. Il tempo non viene “redento” in senso eroico, cessa di dominare. Le foglie dell’albero guariscono le nazioni non perché cambiano il mondo, ma perché lo disarmano.
Il risveglio, quindi, non inaugura un regno. Inaugura un’uscita. Il cammino non conduce in alto, ma fuori. Non libera il mondo con un atto rivoluzionario, ma ne disattiva i meccanismi di cattura rendendo il potere irrilevante. È la via di un’astuzia radicale contro l’assurdo del dominio. Il “tempo redento” non è un tempo riconquistato al potere, ma un tempo sottratto alla sua logica: un tempo in cui si può, finalmente, bere l’acqua della vita senza dover prima incontrare, e quindi riconoscere, l’orco che pretende di possederla.

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