Qui le storie delle vite del Bodhisattva sono animate due volte: prendono forma in illustrazioni, graphic novel e colori, e vengono portate a respirare nel cuore di chi le osserva. Un viaggio visivo tra scimmie sagge, elefanti generosi e principi compassionevoli, dove ogni tratto è un ponte tra Oriente e Occidente, tra parola e immagine.

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Friday, 9 October 2026

88. SĀRAMBHA-JĀTAKA — Dalla forza al silenzio


 

 88. SĀRAMBHA-JĀTAKA — Dalla forza al silenzio

 

Il toro che non si mosse, il bue dello specchio e la parola prima della parola

 

Appendice al secondo Jātaka del Livello 2 — La prova della virtù e della reciprocità

 

Dalla forza all'ascolto

 

Ci sono racconti nei quali nulla sembra cambiare all'esterno, eppure, alla fine, tutto è cambiato.

La strada è la stessa.

Il carro è lo stesso.

Il bue è lo stesso.

La salita è la stessa.

E tuttavia, a un certo punto, il carro comincia a muoversi.

Che cosa è cambiato?

Nel Sāraṃbha-Jātaka, la risposta è apparentemente semplice: cambia il modo in cui l'uomo si rivolge all'animale. La forza, l'ordine e la collera non producono il risultato desiderato; una parola diversa apre invece la possibilità della reciprocità.

Ma proprio questa semplicità contiene una domanda più profonda:

quando qualcosa nella nostra vita non si muove, siamo davvero certi che sia l'altro a dover cambiare?

Questa appendice nasce da questa domanda.

Il percorso attraversa tre forme dello stesso racconto: il Jātaka nella sua struttura essenziale, la sua trasformazione narrativa nella figura di Gerardo Santo, e infine il post scriptum dedicato a un altro Gerardo, Gerardo Maiella, la cui vicenda storica appartiene a un piano completamente diverso, ma può entrare simbolicamente in risonanza con il tema della partenza e della trasformazione.

Il viaggio procede così:

forza → parola → relazione → riflesso → ascolto → silenzio.

 

1. Il toro che non si mosse

 

Il Sāraṃbha-Jātaka nella sua forma essenziale

 

“Il toro che non si mosse”

 

Il primo video: https://youtu.be/5nsuRzo2D8U 

 

 

Il toro che non si mosse | Sārambha-Jātaka (racconto completo)

  

Il primo video riporta il racconto alla sua struttura originaria.

Un uomo deve condurre il proprio carro lungo una strada. L'animale non si muove. L'uomo reagisce con la forza, con l'impazienza e con parole dure. Ma più insiste, più la situazione rimane immobile.

La sconfitta non è soltanto materiale.

L'uomo perde una scommessa, ma insieme alla scommessa perde anche una certezza: quella secondo cui la volontà, quando è abbastanza forte, dovrebbe riuscire a piegare ogni resistenza.

Il secondo tentativo introduce una variazione minima e decisiva. Il bue viene avvicinato con un'altra disposizione, con una parola diversa, con un modo diverso di entrare nella relazione.

Il risultato cambia.

 

Il bue come specchio

 

La forza del racconto sta proprio nella sua semplicità.

Il bue non viene trasformato.

Non viene addestrato.

Non viene domato attraverso una tecnica più efficace.

È l'uomo che deve cambiare il proprio modo di stare davanti al bue.

In una lettura junghiana, l'animale può diventare una figura dell'Ombra: ciò che l'Io considera un ostacolo esterno può contenere qualcosa che l'Io non vuole riconoscere di sé.

Il bue immobile diventa allora una superficie riflettente.

L'uomo crede di incontrare una resistenza esterna; in realtà incontra il proprio modo di esercitare il potere.

L'aggressività che attribuisce all'animale ritorna verso di lui.

L'impazienza dell'altro diventa il riflesso della propria impazienza.

La resistenza del mondo diventa una domanda rivolta all'Io:

che cosa accadrebbe se, prima di chiedere all'altro di muoversi, cambiassi il modo in cui mi pongo davanti a lui?

 

2. Gerardo Santo e il bue dello specchio

 

 Dalla parabola alla trasformazione narrativa

 

“Gerardo Santo e il bue dello specchio”

 

Il secondo video: https://youtu.be/y1QK5bOuXLI

 

 

88. SĀRAMBHA-JĀTAKA — Gerardo Santo e il bue dello specchio | Racconto completo

 

Nel racconto narrativo, il semplice episodio del bue diventa un viaggio attraverso la prima metà del Settecento.

Gerardo Santo trasporta medicinali con un carro trainato da un grande bue. È un uomo abituato a comandare, convinto che la decisione debba produrre immediatamente obbedienza.

Quando l'animale si ferma davanti alla salita, Gerardo reagisce come ha sempre fatto: tira le redini, alza la voce, usa la frusta.

Ma il bue non si muove.

La prima sconfitta apre una crepa.

Il vecchio Matteo gli dice:

«Un bue non cambia. Ma puoi cambiare tu.»

È questa frase, più ancora della seconda prova, a costituire il vero centro del racconto.

 

La frusta deposta

 

Il gesto decisivo di Gerardo non consiste nel trovare un comando migliore.

Consiste nel deporre la frusta.

È un gesto apparentemente piccolo, ma simbolicamente radicale.

La frusta rappresenta il tentativo dell'Io di controllare ciò che gli sta davanti.

Deporla significa sottrarre qualcosa.

Non aggiungere.

Non acquisire una nuova tecnica.

Non trovare una formula più efficace.

Togliere la violenza.

Quando Gerardo posa la mano sul bue e gli parla senza ordinare, il rapporto cambia.

Non perché il bue diventi improvvisamente obbediente.

Ma perché, per la prima volta, Gerardo entra nella relazione.

 

Una voce diversa

 

Da quel momento la trasformazione si estende oltre il bue.

Gerardo comincia ad accorgersi del modo in cui parla al farmacista, al servitore, al ragazzo che porta un messaggio, al mendicante incontrato lungo la strada.

La scoperta è scomoda:

la violenza non è soltanto nella frusta.

Può essere anche nella voce.

Può essere nella fretta.

Può essere nella convinzione di sapere già che cosa l'altro deve fare.

Può essere nella parola pronunciata prima ancora di aver ascoltato.

Il bue diventa così un maestro inconsapevole.

Non insegna attraverso una frase.

Insegna attraverso la sua immobilità.

 

La seconda scommessa

 

La seconda prova porta Gerardo davanti a una lunga fila di carri carichi di pietre.

Questa volta egli non scommette semplicemente sulla forza dell'animale.

Scommette sul proprio modo di parlargli.

È una differenza fondamentale.

La prima volta Gerardo voleva ottenere un risultato.

La seconda volta accetta di entrare in una relazione.

E quando la fila dei carri comincia lentamente a muoversi, la vittoria non appartiene soltanto al bue.

Appartiene alla trasformazione del rapporto.

 

La città capovolta

 

Dopo la salita, Gerardo guarda la città dall'alto.

Le case, la torre, le finestre e i segni della città si riflettono nell'acqua.

La stessa realtà appare ora in due forme:

sopra e sotto, visibile e riflessa, diretta e capovolta.

È qui che il racconto assume la sua dimensione simbolica più esplicita.

La città capovolta è anche la coscienza capovolta.

Ciò che Gerardo credeva di vedere fuori comincia a mostrarsi dentro.

Il bue non era semplicemente un animale che si rifiutava di obbedire.

Era diventato uno specchio.

 

La torre e la soglia

 

La torre che accompagna il racconto ritorna nel sogno di Gerardo.

Sopra e sotto la superficie dell'acqua esistono due immagini della stessa costruzione.

Ma quale delle due è quella vera?

La domanda non riceve una risposta.

Ed è proprio questo il punto.

La dimensione apofatica del racconto comincia quando l'immagine non è più sufficiente.

Gerardo non deve sostituire una certezza con un'altra.

Deve imparare a rimanere davanti a ciò che non può essere completamente detto.

La parola diventa allora una soglia.

Tra colui che parla e colui che ascolta.

Tra l'Io e l'altro.

Tra ciò che crediamo di sapere e ciò che ancora non sappiamo.

 

3. La parola prima della parola

 

L'epilogo porta questa trasformazione fino al limite.

Gerardo immagina una pagina sulla quale compaiono una linea orizzontale, la torre, il suo riflesso e il bue.

Poi appare una parola:

gentilezza.

Ma anche questa parola viene cancellata.

Rimane il bianco.

È forse il punto più radicalmente apofatico dell'intero racconto.

Dopo aver imparato che la parola può ferire o accompagnare, Gerardo scopre che anche una parola giusta può diventare un nuovo possesso dell'Io.

La parola ultima deve dunque essere lasciata andare.

Rimane ciò che viene prima della parola:

l'ascolto.

La pausa.

La disponibilità.

Il silenzio nel quale l'altro può finalmente apparire senza essere immediatamente definito.

 

 

4. S.-Gerardo-va-a-farsi-santo

 

Post scriptum — Un altro Gerardo, un'altra forma di partenza

 

“S.-Gerardo-va-a-farsi-santo”

 Il terzo video: https://youtu.be/jeVARVnLslc

 

S.-Gerardo-va-a-farsi-santo

 

 A questo punto il racconto cambia piano.

Il Gerardo di questo post scriptum non è più il protagonista immaginario del racconto del bue.

È Gerardo Maiella, figura storica del Settecento.

La distinzione è importante.

Gerardo Santo è un personaggio narrativo costruito intorno al Sāraṃbha-Jātaka.

Gerardo Maiella appartiene invece alla storia religiosa italiana.

Le due figure non devono essere confuse.

La loro vicinanza è simbolica, non biografica.

 

Due Gerardi e una stessa parola: partire

 

Nel racconto di Gerardo Santo la trasformazione comincia quando egli depone la frusta.

Nel caso di Gerardo Maiella, la trasformazione passa invece attraverso un altro gesto radicale: lasciare la casa e andare incontro a una vocazione.

Nel 1749, a Muro Lucano, il giovane Gerardo Maiella desidera seguire i Redentoristi. Dopo l'opposizione della madre, decide di partire.

La tradizione ricorda la frase:

«Mamma, perdonami, vado a farmi santo.»

La parola decisiva è proprio farsi.

Non «sono santo».

Non «voglio essere riconosciuto come santo».

Vado a farmi santo.

La santità appare così come un processo, un cammino, una trasformazione ancora incompiuta.

 

La frusta e il lenzuolo

 

Il parallelismo simbolico tra i due racconti può essere espresso attraverso due oggetti.

La frusta.

Il lenzuolo.

Gerardo Santo deve deporre la frusta perché possa cambiare il proprio rapporto con l'altro.

Gerardo Maiella utilizza un lenzuolo per lasciare la propria casa e seguire la direzione che sente come propria.

La frusta può essere letta come simbolo del controllo esercitato sull'altro.

Il lenzuolo, al contrario, diventa simbolo del distacco da ciò che trattiene.

Uno deve smettere di costringere.

L'altro deve smettere di rimanere.

Entrambi iniziano il proprio cambiamento quando qualcosa viene lasciato andare.

 

5. Una risonanza, non un'identificazione

 

Il significato di questo accostamento non consiste nel trasformare Gerardo Santo in una versione romanzata di Gerardo Maiella.

Sarebbe riduttivo.

La relazione è più sottile.

Gerardo Santo percorre un cammino prevalentemente psicologico e relazionale.

Impara a riconoscere la propria aggressività, la propria proiezione e il proprio bisogno di controllo.

Gerardo Maiella percorre invece un cammino vocazionale e spirituale.

Lascia una configurazione di vita per seguire una chiamata.

Il primo deve imparare a parlare diversamente all'altro.

Il secondo deve imparare a rispondere diversamente alla propria vita.

Uno cambia il rapporto con il bue.

L'altro cambia il rapporto con il proprio destino.

Ma entrambi mostrano una struttura comune:

la trasformazione comincia quando si lascia ciò che impedisce il movimento.

 

6. La prova della virtù e della reciprocità

 

Questo episodio appartiene al secondo livello della serie:

La prova della virtù e della reciprocità

Dopo la riflessione del Sīlavīmaṃsana-Jātaka 86, nel quale la virtù viene cercata oltre l'immagine pubblica, il Sāraṃbha-Jātaka 88 porta la questione sul terreno della relazione.

Non basta apparire buoni.

Non basta avere una buona reputazione.

Non basta sapere che cosa è giusto.

La virtù deve diventare qualità concreta del rapporto.

Nel primo racconto, la prova riguarda il valore reale della condotta quando l'immagine viene messa in discussione.

Nel secondo, riguarda la qualità della parola quando il potere dell'ordine fallisce.

La gentilezza non viene presentata come semplice buona educazione.

È una forma di conoscenza.

Significa riconoscere che l'altro non è semplicemente un oggetto da muovere secondo la nostra volontà.

La reciprocità nasce quando l'altro smette di essere soltanto il destinatario della nostra azione e diventa presenza con cui entrare in relazione.

 

7. Tre video, un unico viaggio

 

Le tre opere possono quindi essere lette come tre movimenti dello stesso percorso.

 1. Il toro che non si mosse

Il Jātaka nella sua forma essenziale.

La forza fallisce.

La parola cambia.

La relazione diventa possibile.

 2. Gerardo Santo e il bue dello specchio

Il racconto narrativo trasforma la parabola in un viaggio psicologico.

Il bue diventa specchio.

La strada diventa soglia.

La città si capovolge.

La parola conduce lentamente al silenzio.

 3. S.-Gerardo-va-a-farsi-santo

Il racconto si apre verso una risonanza storica e spirituale.

Un altro Gerardo parte.

Non per dominare una strada, ma per lasciare una casa.

Non per comandare l'altro, ma per rispondere a una chiamata.

Tre video.

Tre prospettive.

Un'unica domanda:

che cosa deve essere lasciato perché possa apparire una direzione nuova?

 

 8. Quando il bue non è più un bue

 

Alla fine del racconto, il bue non è più soltanto un bue.

Ma neppure diventa semplicemente un simbolo.

Rimane un animale.

Rimane il corpo concreto di un animale che, all'inizio, non voleva muoversi.

È proprio questa concretezza a rendere possibile il simbolo.

Il racconto non ci chiede di fuggire dalla realtà per cercare un significato nascosto.

Ci chiede piuttosto di guardare diversamente ciò che abbiamo davanti.

La resistenza dell'altro può diventare una domanda.

L'immobilità può diventare una soglia.

La parola può diventare ascolto.

E il silenzio può diventare lo spazio nel quale la relazione finalmente respira.

Gerardo non conquista il bue.

Gerardo smette di volerlo conquistare.

È questa la sua vera vittoria.

E forse è proprio qui che il Sāraṃbha-Jātaka oltrepassa la morale per diventare esperienza.

Quando qualcosa non si muove, possiamo aumentare la forza.

Oppure possiamo fermarci.

Guardare.

Ascoltare.

E domandarci:

che cosa, in me, sta ancora cercando di costringere il mondo a muoversi?

Forse il bue non doveva cambiare.

Forse doveva cambiare la voce.

Forse, alla fine, doveva scomparire anche la voce.

E rimanere soltanto la strada.

 

Nota sul post scriptum

 

Gerardo Santo è un personaggio narrativo e simbolico creato per questa rilettura del Sāraṃbha-Jātaka. Gerardo Maiella è invece una figura storica. Il loro accostamento non intende stabilire un'identità biografica, ma proporre una risonanza simbolica tra due differenti forme di trasformazione e di partenza.

 

94. LOMAHAṀSA-JĀTAKA – Beyond the Knot: The Silence. Gerardo Santo, Jung and the Middle Way

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