Il blog intreccia il simbolismo biblico, la teologia apofatica e la dottrina del risveglio spirituale. Ogni articolo esplora il testo sacro con un approccio meditativo e illustrativo, unendo approfondimenti storici, mistici e filosofici. Invita il lettore a vivere l'Apocalisse non come un testo di fine dei tempi, ma come una rivelazione personale e collettiva, un viaggio verso l'unità e la trascendenza.

giovedì 5 febbraio 2026

18 Matakabhatta-Jātaka e 19 Āyācitabhatta-Jātaka

 

 

Stazione IV – Il Sacrificio smascherato che Ride

 

Dopo Babilonia: disincanto, silenzio e il rifiuto radicale della redenzione

 

 


 

Dopo la caduta di Babilonia non nasce un nuovo tempio.
Resta un deserto.

Non un deserto di prova o di purificazione, ma un deserto post-teologico: il luogo dove i simboli del potere religioso hanno smesso di funzionare. Qui il culto non viene rovesciato, ma semplicemente abbandonato. Non convince più.

La Stazione IV è il punto di massimo disincanto del cammino.
È la stazione in cui cade il mito fondamentale che ha governato per secoli l’immaginario sacro:

soffri ora per essere salvo dopo.

Al centro di questa stazione stanno due antichi racconti buddhisti, i Jātaka 18 e 19, che smascherano la logica sacrificale senza bisogno di polemica.

Nel Matakabhatta-Jātaka, una capra destinata al sacrificio ride e piange.
Ride perché sa che il ciclo karmico sta per interrompersi.
Piange perché sa che la sua morte verrà chiamata “salvezza”.

Nel Āyācitabhatta-Jātaka, il sacrificio offerto per sciogliere un voto rivela tutta la sua vacuità: offrire qualcosa per “liberarsi” non è liberazione, ma perpetuazione del debito.

Nessun sangue libera.
Nessun voto convince l’Assoluto.

La teologia negativa attraversa questa stazione come un silenzio radicale:
Dio non rifiuta i sacrifici perché non li desidera.
Non li desidera perché non vuole nulla.

Cioran lo aveva intuito con lucidità spietata:
ogni redenzione promessa è una crudeltà differita.

L’immagine che accompagna questa stazione mostra ciò che resta quando il sacrificio è disattivato:
rovine senza trionfo, una capra non più vittima, un coltello che sopravvive solo come riflesso nell’acqua. Il viandante non offre, non chiede, non attende.

La soglia della Stazione IV è chiara e tremenda:

Rinunciare alla redenzione.

Non per disperazione.
Non per nichilismo.
Ma perché il bisogno di essere salvati è caduto insieme al mito che lo alimentava.

Qui non nasce una nuova fede.
Nasce una postura:
vivere senza sacrificare nessuno, nemmeno se stessi.

 

 

 

 

 

 

 


Nessun commento:

19 Āyācitabhatta-Jātaka - The Fancy Meal Offering

    Āyācitabittata-Jātaka: The Vow That Binds. When Sacrifice is Slavery. Station IV: The ritual unmasked. True release is not a blood tra...