Stazione IV – Il Sacrificio smascherato che Ride
Dopo Babilonia: disincanto, silenzio e il rifiuto radicale della redenzione
Dopo la
caduta di Babilonia non nasce un nuovo tempio.
Resta un deserto.
Non un deserto di prova o di purificazione, ma un deserto post-teologico: il luogo dove i simboli del potere religioso hanno smesso di funzionare. Qui il culto non viene rovesciato, ma semplicemente abbandonato. Non convince più.
La Stazione
IV è il punto di massimo disincanto del cammino.
È la stazione in cui cade il mito fondamentale che ha governato per secoli
l’immaginario sacro:
soffri ora per essere salvo dopo.
Al centro di questa stazione stanno due antichi racconti buddhisti, i Jātaka 18 e 19, che smascherano la logica sacrificale senza bisogno di polemica.
Nel Matakabhatta-Jātaka, una capra destinata al
sacrificio ride e piange.
Ride perché sa che il ciclo karmico sta per interrompersi.
Piange perché sa che la sua morte verrà chiamata “salvezza”.
Nel Āyācitabhatta-Jātaka, il sacrificio offerto per sciogliere un voto rivela tutta la sua vacuità: offrire qualcosa per “liberarsi” non è liberazione, ma perpetuazione del debito.
Nessun
sangue libera.
Nessun voto convince l’Assoluto.
La teologia
negativa attraversa questa stazione come un silenzio radicale:
Dio non rifiuta i sacrifici perché non li desidera.
Non li desidera perché non vuole nulla.
Cioran lo
aveva intuito con lucidità spietata:
ogni redenzione promessa è una crudeltà differita.
L’immagine
che accompagna questa stazione mostra ciò che resta quando il sacrificio è
disattivato:
rovine senza trionfo, una capra non più vittima, un coltello che sopravvive
solo come riflesso nell’acqua. Il viandante non offre, non chiede, non attende.
La soglia della Stazione IV è chiara e tremenda:
Rinunciare alla redenzione.
Non per
disperazione.
Non per nichilismo.
Ma perché il bisogno di essere salvati è caduto insieme al mito che lo
alimentava.
Qui non
nasce una nuova fede.
Nasce una postura:
vivere senza sacrificare nessuno, nemmeno se stessi.

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