Il frutto gettato dall’alto
La terza immagine-video della Stazione I – La Dolce Trappola introduce una frattura silenziosa: non più la caduta, ma la possibilità del risveglio.
Ispirata al Kuruṅga-Jātaka (Jātaka 21), la scena si apre in una radura all’alba. La luce è chiara, fredda, priva dell’oro seduttivo che avvolgeva le immagini precedenti. Qui non si invita: si illumina.
In primo piano, un’antilope è ferma. Non fugge, non avanza. Il corpo è teso, sospeso, come se avesse interrotto un movimento appena iniziato. Davanti a lei, sul terreno, giace un frutto luminoso: integro, invitante, ma fuori posto.
Lo sguardo dell’antilope non è rivolto al frutto, ma verso l’alto. Tra i rami dell’albero si intravede una piattaforma, l’ombra di un cacciatore nascosto. Il potere non domina più la scena: è stato visto.
Questa immagine video racconta l’istante decisivo del Jātaka. Il cacciatore, non riuscendo ad attirare l’animale, getta i frutti dall’alto per simulare un dono. Ma l’antilope riconosce l’artificio. Capisce che ciò che arriva non cade, ma viene lanciato. E si ferma.
Con questo gesto minimo si chiude l’arco della Stazione I.
Nel Kaṇḍina-Jātaka, il cervo cade perché avanza per
amore.
Nel Vātamiga-Jātaka, l’antilope entra nel palazzo perché il piacere ha
educato il suo desiderio.
Nel Kuruṅga-Jātaka, invece, la seduzione fallisce: l’esca viene vista
come esca.
La coscienza nasce qui.
Non nel rifiuto del desiderio, ma nel riconoscimento del meccanismo.
Il frutto resta a terra.
Il passo non viene compiuto.
Il potere, privato dell’invisibilità, perde forza.

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