Il blog intreccia il simbolismo biblico, la teologia apofatica e la dottrina del risveglio spirituale. Ogni articolo esplora il testo sacro con un approccio meditativo e illustrativo, unendo approfondimenti storici, mistici e filosofici. Invita il lettore a vivere l'Apocalisse non come un testo di fine dei tempi, ma come una rivelazione personale e collettiva, un viaggio verso l'unità e la trascendenza.

giovedì 12 febbraio 2026

25. TITTHA-JĀTAKA - Il cavallo che rifiutò l’acqua usata

 


 

Il cavallo che rifiutò l’acqua usata. Una lezione antica sulla contaminazione invisibile.

 

 Da un Jātaka buddhista di 2500 anni fa al nostro presente: l’ambiente, le frequentazioni, le tracce che non vediamo ma percepiamo.

 

 


 

 

C’è un’immagine video che non riesco a togliermi dalla mente. Dura 28 secondi, ma potrebbe durare millenni.

Alba nebbiosa, India antica. Uno stagno sacro avvolto nella foschia dorata. Sulla riva, un cavallo bianco immobile. Zampe anteriori piantate nel fango, solchi paralleli come un rifiuto scritto nella terra. Non trema, non indietreggia: si ritrae. La differenza è sottile e totale.

Accanto a lui, un saggio in veste ocra. Non parla, non tocca la briglia. Osserva. Aspetta.

Sotto la superficie dell’acqua – liscia come ossidiana – un’ombra si dissolve. Un fantasma equino, tozzo, criniera cadente. Un ronzino. È stato lavato qui, pochi minuti prima. L’acqua non è sporca. È usata. E per il cavallo, questa è l’unica impurità che conta.

Sopra lo stagno, un loto gigante sospeso nell’aria. I petali cadono uno a uno, lentissimi, come monete d’oro spese. Ogni petalo tocca l’acqua e genera un cerchio concentrico che si allarga fino a lambire il riflesso del cavallo.

La camera si avvicina. Lentamente, inesorabilmente. Verso l’occhio. Un iperdettaglio di ciglia umide, iride scura come corteccia bagnata. E dentro l’iride, riflessa: l’intera scena. Il fantasma che svanisce. Il saggio che sa. Il loto che muore. E il proprio volto che diventa, impercettibilmente, il volto del ronzino.

Il battito di ciglia. Un frame. Poi l’immobilità.

28 secondi. Poi il primo petalo cade. Poi il cavallo potrebbe entrare. O forse no.

Questo è Livello 1 – La contaminazione per osmosi. Tratto dal Tittha-Jātaka (n. 25), uno dei racconti delle vite anteriori del Buddha. La storia è apparentemente semplice: un cavallo da guerra si rifiuta di bagnarsi nello stesso punto dove è stato lavato un ronzino. Il saggio (il Bodhisatta) comprende che non è malattia, non è ostinazione: è orgoglio ferito. E prescrive una cura strana: non acqua più pura, ma un altro luogo. Perché l’acqua è la stessa. Ciò che cambia è l’assenza della traccia.

Il meccanismo della contaminazione per osmosi è questo: non c’è contatto fisico, non c’è danno materiale, non c’è nulla di misurabile. Eppure c’è tutto. L’acqua è diventata un segno. Porta iscritta in sé la memoria di un corpo. Il cavallo legge questa iscrizione con la precisione di un filologo.

Noi facciamo lo stesso, ogni giorno.

 L’acqua usata nella cultura contemporanea

Il lusso. Un abito haute couture non può essere stato indossato. Un’auto di lusso non può avere chilometri. Una borsa Hermès perde valore nel momento in cui qualcun altro l’ha aperta. Non è il danno: è la traccia d’uso. È il ronzino che si è lavato prima.

La distinzione sociale. Pierre Bourdieu ci ha insegnato che i gusti non sono mai neutrali: sono atti di classificazione. Il cavallo rifiuta l’acqua perché classifica il ronzino come inferiore, e teme di essere riclassificato per contatto. È il bambino a cui si insegna a non parlare “come quelli”. È il quartiere gentrificato dove il caffè artigianale cancella il bar di periferia. Stessa acqua, nome diverso.

La cancel culture. La figura pubblica “cancellata” perché qualcuno ha usato l’acqua prima di lei. Un tweet di dieci anni fa, una frequentazione, un’associazione. Non c’è avvelenamento: c’è impregnazione. Il ronzino ha reso l’acqua comune. E nell’economia del sacro – religioso, morale, estetico – il comune è l’impuro.

La privacy digitale. Ogni nostra navigazione lascia tracce. Non siamo il ronzino che si lava: siamo il ronzino che lascia il suo fantasma nell’acqua. Cookie, dati, impronte digitali. L’acqua del web è tutta acqua usata. Il paradosso è che non esiste più acqua vergine. Il cavallo, oggi, non avrebbe dove bere.

La sostenibilità. L’etica ecologica ci chiede di amare l’acqua usata: riciclare, riusare, non produrre nuovo. Ma il nostro immaginario del valore è ancora feudale: il nuovo è nobile, l’usato è plebeo. Il cavallo è il nostro inconscio culturale. Sa che dovrebbe bere. Ma non vuole bere dopo.

 Cosa accade, allora, quando il loto cade?

Nel racconto buddhista, il Buddha non prescrive all’ex-orafo – cinquecento vite a maneggiare oro puro – la meditazione sull’impurità. Sarebbe sterile. Gli mostra un loto che invecchia. Gli mostra che anche l’oro è acqua usata dal tempo.

Il cavallo impara, forse, che la purezza è una forma di attaccamento. E che l’attaccamento è la vera contaminazione.

Non impara a trovare acqua pura. Impara che l’acqua pura non esiste.

La liberazione non consiste nel trovare il luogo incontaminato. Consiste nel perdere il disgusto per la traccia.

Nel momento in cui il petalo tocca la superficie e l’increspatura raggiunge il riflesso, il cavallo potrebbe finalmente entrare. Non perché l’acqua sia diventata pura. Ma perché ha smesso di chiedersi chi ci si è lavato prima.

 28 secondi. Poi il primo petalo cade.

Non rifiutava l’acqua. Rifiutava di essere reso uguale.

Poi comprese: l’acqua non appartiene a nessuno.

E il primo petalo cadde.

 

 

 

Nessun commento:

No. 28. NANDIVISĀLA-JĀTAKA – Deep joy

    Courtesy as Superhuman Power (28. NANDIVISĀLA-JĀTAKA) The bull pulls the carts only when called "friend". This is no longer ...