Mahilāmukha-Jātaka – La parola come veleno o medicina
L'elefante ascolta i ladri e diventa assassino; ascolta i saggi e si placa. L'orecchio è la porta della coscienza.
Tratto dal Canone Pāli, questo Jātaka racconta di come la parola possa essere veleno o medicina. L'elefante Damsel-face ascolta i ladri e diventa assassino; ascolta i saggi e si placa. L'insegnamento è universale: l'orecchio è la porta della coscienza.
Il potere di una sola frase
C'è una storia antica, raccontata duemilacinquecento anni fa in un monastero vicino a Rājagaha. Il Buddha la narrò a un monaco che aveva ascoltato la voce sbagliata. Ma la stava raccontando anche a noi.
È la storia di Faccia-di-Fanciulla, un elefante di Stato dalla dolcezza leggendaria. I bambini gli offrivano canne da zucchero e lui le prendeva senza sfiorare le loro mani. Mai ucciso nulla, nemmeno una formica.
Poi, una notte, dei ladri si accovacciarono accanto alla sua stalla. Parlarono tra loro di come uccidere senza pietà, di come il rimorso sia un lusso, di come il cuore debba diventare pietra.
L'elefante ascoltò.
E imparò.
All'alba uccise il primo guardiano. Poi il secondo. Poi il terzo.
Il video: sette scene, una verità:
Le sette immagini del Mahilāmukha-Jātaka si susseguono in questo video, guarda il video, ascolta la storia, custodisci le tue parole, qualcuno sta imparando da te:
00:00-00:07 – L'innocenza
L'elefante sulle rive del Gange all'alba, i bambini che gli offrono canne da zucchero, la proboscide che sfiora senza ferire. L'armonia originaria.
00:07-00:14 – Il veleno
La notte dei ladri. Parole-spina escono dalle loro bocche ed entrano nell'orecchio spalancato dell'elefante. La prima esposizione al male.
00:14-00:21 – La furia
Alba di sangue. La proboscide avvolge il corpo di un guardiano. Altri giacciono sulla paglia. L'elefante non capisce, ma il suo corpo ha imparato.
00:21-00:28 – Il silenzio
Il saggio entra nella stalla senza armi. Si china, raccoglie un pugno di paglia, la liscia, la posa. Esce senza una parola.
00:28-00:35 – La cura
I saggi in cerchio parlano tutta la notte. Parole d'oro fluiscono nell'orecchio. All'alba, la proboscide sfiora la mano del guardiano. Una lacrima.
00:35-00:42 – Il riconoscimento
Il Buddha nel boschetto di bambù. Davanti a lui un monaco a capo chino. Dietro, l'ombra dell'elefante. La stessa ferita, lo stesso rimedio.
00:42-00:51 – La porta
L'orecchio immenso, senza palpebre. Spine nere e petali d'oro vi confluiscono. Figure in ascolto circondano la scena. Una guarda verso di noi.
La lezione
L'elefante non è diventato cattivo. Ha semplicemente ascoltato le voci sbagliate, e ha creduto che parlassero per lui.
Il male, spesso, non è cattiveria. È solo obbedienza a voci sbagliate.
Una frase basta. Una sola può scavare un tunnel nel cuore, notte dopo notte, fino a farlo crollare. Una sola può ricucire ciò che sembrava strappato per sempre.
L'orecchio non ha palpebre. Non può chiudersi. È sempre aperto, sempre esposto, sempre pronto a ricevere.
Per questo dobbiamo custodire ciò che vi entra.
Nel nostro tempo
Viviamo nell'epoca della sovraesposizione verbale. I social, i gruppi, i commenti, le echo chambers: siamo costantemente esposti a parole che non abbiamo scelto.
I ladri non vengono più di notte: parlano tutto il giorno, nei nostri telefoni. E noi ascoltiamo. E a forza di ascoltare, diventiamo come loro.
Ma la stessa legge vale per il bene. Le parole dei saggi — quelle che ripetono pazienza, misericordia, perdono — possono ancora curare. Possono ancora ricucire.
Non siamo mai soli quando parliamo. Qualcuno ascolta sempre.
Qualcuno, in questo momento, sta imparando da noi chi essere.

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