Il blog intreccia il simbolismo biblico, la teologia apofatica e la dottrina del risveglio spirituale. Ogni articolo esplora il testo sacro con un approccio meditativo e illustrativo, unendo approfondimenti storici, mistici e filosofici. Invita il lettore a vivere l'Apocalisse non come un testo di fine dei tempi, ma come una rivelazione personale e collettiva, un viaggio verso l'unità e la trascendenza.

sabato 14 febbraio 2026

No. 28. NANDIVISĀLA-JĀTAKA – Gioia profonda

 


 La cortesia come potenza sovrumana (28. NANDIVISĀLA-JĀTAKA)

Il bue tira i carri solo se chiamato "amico". Non si tratta più di educazione formale: la parola «amico» ha una forza fisica in grado di vincere la gravità e la materia. Scopri l'antica storia del bue che insegnò al mondo il potere della gentilezza. 

 

 


 

- Scena 2: "Le parole dure sono catene"

- Scena 3: "Nel silenzio nasce la guarigione"

- Scena 4: "La parola 'amico' vince la materia"

- Finale: "La cortesia è potenza sovrumana"

Sequenza animata delle 5 scene del Nandivisāla-Jātaka in stile miniatura Mughale del XVII secolo. Si apre con il bramino che nutre amorevolmente il vitellino in una stanza illuminata dal sole (Scena 1). Segue l'umiliazione nella piazza del mercato, con il bue dalle zampe piantate a terra e la folla che ride (Scena 2). La scena si sposta nella stalla notturna, dove il bue veglia sul bramino addormentato, linee d'oro fluttuano tra loro (Scena 3). Esplode poi il trionfo: il bue traina con slancio i cento carri mentre il mercante perde le monete e la folla getta fiori (Scena 4). Si chiude nel bosco di Jetavana, con il Buddha che racconta la storia ai monaci e le figure eteree del bue e del bramino che fluttuano nell'aria (Scena 5). Musica: strumenti indiani antichi (sitar, tabla, tampura) in crescendo emotivo, dal dolce all'intimo al trionfale, dissolvendosi in pace.

 

 

C'è una forza che non si vede, non si tocca, non si misura con i dinamometri. Eppure, sposta i carri. Li sposta davvero. Li sposta meglio di qualsiasi muscolo, meglio di qualsiasi pungolo, meglio di qualsiasi grido.

È la forza della parola "amico".

Oggi esploriamo il Livello 3 – La cortesia come potenza sovrumana, attraverso uno dei jātaka più straordinari del canone buddhista: il Nandivisāla-Jātaka (n. 28) .

La storia in cinque scene

 

Scena 1 – Un dono prezioso

 

 


 

A Takkasilā, nell'antico regno di Gandhāra, un bramino riceve in dono un vitellino appena nato. Lo chiama Nandivisāla, "Gioia Profonda". Lo nutre con pappa di riso, lo accudisce come un figlio, dorme accanto a lui. Tra i due nasce un legame che va oltre quello tra uomo e animale: è una relazione sacra, fatta di sguardi e di presenza.

 

 

Scena 2 – La scommessa e la prima umiliazione

 

 

Cresciuto, Nandivisāla suggerisce al bramino di scommettere con un ricco mercante: lui, da solo, trainerà cento carri carichi di pietre. Il bramino accetta, prepara i carri, lava e inghirlanda il bue. Ma quando sale sul timone e grida: "Avanti, mascalzone! Tira, fannullone!", il bue non si muove. Le sue zampe sono piantate a terra come quattro pilastri. Il mercante vince, il bramino perde tutto e torna a casa umiliato.

 

Scena 3 – Il dialogo nella stalla

 

 


Notte. Il bramino giace sul suo giaciglio, distrutto dal dolore. Nandivisāla si avvicina, appoggia la grande testa sul bordo del letto e lo guarda. In quel silenzio, illuminato solo da una lampada a olio, avviene il vero dialogo. Il bue chiede: "Ti ho mai disobbedito? Ho mai rotto qualcosa? Perché mi hai chiamato mascalzone?" Il bramino capisce. Le sue parole sono state catene.

 

Scena 4 – La resurrezione della potenza

 


 

 

Il giorno dopo, il bramino torna dal mercante e raddoppia la scommessa. Prepara di nuovo i carri, lava il bue, gli mette la ghirlanda. Poi sale sul timone, si china, appoggia la mano sulla sua schiena e sussurra: "Avanti, amico mio. Tira, mio nobile Nandivisāla". Il bue chiude un attimo gli occhi, assapora quelle parole, e poi... scatta. Con un muggito potente, traina tutti i cento carri fino a spostare l'ultimo dove era il primo. La folla esplode, il mercante perde le monete, e il bramino viene sommerso di doni.

 

Scena 5 – La voce del Maestro

 


 

Secoli dopo, nel bosco di Jetavana, il Buddha racconta questa storia ai monaci. I monaci ascoltano in silenzio. E nell'aria, sopra le loro teste, fluttuano le figure eteree del bramino e del bue. La storia è viva. L'insegnamento continua.

 

 

Cosa ci insegna Nandivisāla?

Questa non è una favola per bambini. È un trattato di fisica spirituale.

Nella Scena 2, le parole dure sono rappresentate come linee scure che escono dalla bocca del bramino e si avvolgono attorno al collo del bue. Non è una metafora: nell'antica India, la parola era considerata energia. Il suono aveva potere creativo e distruttivo. I Veda sono fatti di suono. Il mantra è suono. La parola "mascalzone" è un mantra alla rovescia: un incantesimo di paralisi.

Nella Scena 4, le parole gentili diventano fili d'oro. Non legano: spingono. La parola "amico" non è un complimento formale. È una scarica di energia che libera i muscoli, scioglie le articolazioni, accende il cuore. Il bue non traina i carri nonostante la gentilezza, ma grazie alla gentilezza.

La lezione è chiara: la cortesia non è un abbellimento sociale. È una forza cosmica.

 

Perché questa storia è così attuale?

Viviamo in un'epoca di parole violente. I social media sono arene dove ci si insulta, si umilia, si distrugge. Il "mascalzone" gridato dal bramino riecheggia ogni giorno nei commenti, nei tweet, nei messaggi. E le vittime di queste parole – come Nandivisāla – restano paralizzate. Non si muovono. Non producono. Non vivono.

La storia ci dice una cosa semplice e rivoluzionaria: le parole hanno conseguenze fisiche. Un insulto può bloccare un dipendente, un figlio, un amico, esattamente come il bue fu bloccato. Una parola gentile, detta al momento giusto, può liberare energie inaspettate.

Questa è la comunicazione non violenta prima ancora che Marshall Rosenberg la teorizzasse. Questa è la leadership gentile prima che diventasse un modulo dei corsi MBA. Questa è la pet therapy prima che esistessero gli ospedali.

 

La potenza sovrumana della cortesia

Il titolo "Livello 3" non è casuale. È un livello avanzato. Perché è facile essere gentili quando tutto va bene. È difficile esserlo quando si è sotto pressione, quando si ha fretta, quando si è arrabbiati. Il bramino, sulla piazza, sotto lo sguardo della folla, ha dimenticato la relazione. Ha visto solo la prestazione. E ha perso.

Nella stalla, al buio, ha riscoperto l'umiltà. Ha imparato che la potenza non sta nel pungolo, ma nella carezza. Non sta nel grido, ma nel sussurro.

La cortesia è potenza sovrumana perché vince la materia. Vince l'inerzia dei cento carri. Vince la gravità della sfiducia. Vince la durezza del cuore.

 

Tre domande per la tua giornata

 

Prima di concludere, ti lascio tre domande da portare con te:

1.  Chi stai chiamando "mascalzone" nella tua vita? Quale collega, familiare, amico stai etichettando con parole che lo immobilizzano?

2.  Chi aspetta la tua parola "amico" per liberare la propria forza? Quale persona, accanto a te, ha bisogno di una carezza verbale per spostare i suoi carri?

3.  Quale notte di silenzio ti serve per riscoprire la relazione? Quando è stata l'ultima volta che ti sei seduto accanto a qualcuno, senza parlare, solo per ascoltarlo?

 

La voce del Maestro

Il Buddha, alla fine, non dice: "Imparate questa storia". Dice: "Ricordatela". Perché le storie non si imparano: si ricordano. Sono già dentro di noi. Aspettano solo che qualcuno le racconti per risvegliarsi.

Oggi hai ricordato la storia di Nandivisāla. Il bue che insegnò al mondo che la parola "amico" ha una forza fisica in grado di vincere la gravità e la materia.

Portala con te. E usala.

 

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